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la dissonanza cognitiva o l'arte di raccontarsela

Quando i pensieri, le emozioni o il comportamento entrano in conflitto tra loro, di solito proviamo disagio e tendiamo ad  eliminare quelli in contraddizione,  inventandoci delle scuse, delle teorie, degli assunti che riteniamo veritieri ma che in realtà sono il frutto della nostra capacità creativa per non ammettere di esserci sbagliati e contraddetti.  Cerchiamo, quindi, di ridurre la “dissonanza” con una scusa,  raccontandoci una storia che può  giustificare la nostra incoerenza,  una nostra  scelta sbagliata del momento. Mentiamo a noi stessi pur di risolvere le nostre contraddizioni interne.  Esempi noti sono il fumatore che dice che pur sapendo che il fumo faccia male e che sarebbe meglio smettere, continua a fumare perché “ gli procura piacere e lo rilassa”.  Per ridurre la dissonanza tra due convinzioni opposte, cercherà di trovare alcune giustificazioni come ricordare che suo padre fumava ed è morto a 100 anni,  che oggigiorno fa male tutto, anche l’aria che si respira, e poi, con tutto questo smog, che vuoi che sia una sigaretta o cinque?  Lo stesso accade con le diete dimagranti:  volete perdere 10 chili ma vi mangiate un bel gelato con la panna. Le vostre giustificazioni saranno: “Per una volta, non cambia niente”, “un gelato non può far male, se anche sgarro una volta non inciderà sul peso”.  Alla fine di una relazione sentimentale  o di un amore non corrisposto, quando dentro di noi proviamo dolore ed è difficile ammetterlo. Ci giustifichiamo dicendo “Sapevo che non avrebbe funzionato”, “Non ne valeva la pena”, “Non era come pensavo”. Anche in caso di shopping: se desideriamo proprio tanto quella costosissima borsa ma sappiamo di non potere permettercela, la compriamo lo stesso, ma troveremo tutte le giustificazioni a sostegno del fatto che davvero avevamo bisogno di quella borsa.

Ora vediamo questo principio esteso alla società.  Lo psicologo e sociologo statunitense Leon Festinger, nel 1957 fece confluire una considerevole mole di osservazioni e studi sociali nella sua Teoria della Dissonanza Cognitiva. Secondo Festinger, l’uomo non è un essere razionale, ma razionalizzante. L’essere umano compie scelte talvolta estremamente illogiche, ma preferisce convincersi di essere nel giusto, piuttosto che affrontare la realtà. L'idea alla base della sua teoria nacque da uno studio sulle voci che si diffusero dopo un terribile terremoto, avvenuto in India nel 1934. Fra la gente che sentì la scossa, ma non subì direttamente danni dal terremoto, le voci che parlavano di altri imminenti disastri naturali godevano di maggiore credito. Il fatto che le persone avessero scelto di dare credito a voci che provocavano in loro paura era contro-intuitivo, e fu così spiegato da Festinger: queste voci svolgevano in realtà la funzione di giustificare la paura stessa,  di ridurre l'inconsistenza dei sentimenti di paura della gente che non aveva vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti del terremoto, dando loro una buona ragione per avere paura. Come è possibile ridurre la dissonanza tra la paura che si prova e l’assenza di minacce reali intorno a noi? Semplice, inventando una minaccia e convincendoti che il peggio deve ancora arrivare. Le voci allarmistiche giustificano le emozioni provate. Non sempre è la minaccia a determinare la paura: sorprendentemente, in alcuni casi la paura crea una finta minaccia.  Pensiamo a ciò che sta succedendo ora in Italia con il Covid.  I media,  pilotati da logiche manipolative,  sanno giocare alla grande con la dissonanza cognitiva collettiva :  quando loro stessi creano le fake news dando la caccia alle fake news di altri,  oppure  quando istillano la paura ipotetica di una “seconda ondata”,  della minaccia del Covid19 che durerà per anni e con cui dovremo imparare a convivere.  Questo allarmismo,   pur non basato su fatti oggettivi, viene accettato da molte persone come la razionalizzazione  della rinuncia alla vita sociale,  della necessità del vaccino e dei tamponi,  dell’indossare la mascherina, e persino della debacle economica!   La dissonanza cognitiva tra il mantenimento di uno stato di allarme nonostante il numero di casi del Covid sia irrilevante rispetto ad altre patologie gravi,  fa sì che le persone possano giustificare la loro paura e stare al gioco. Si sa che la paura inibisce il pensiero critico e quindi si continua il ballo in maschera!

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